BITGENERATION, la mostra

Marco Donadoni non solo presenta le sue opere, ma racconta anche le varie fasi della loro creazione

Questo lo facevo anch’io”.

Lo sentiamo ripetere insistentemente da quando, oltre un secolo fa, l’arte contemporanea ha cominciato a eliminare canoni, gerarchie e supporti, sovvertendo categorie e linguaggi fino all’essenzialità estrema e geniale dei tagli di Fontana, tanto per citare l’esempio più celebre.

Un giudizio tanto più reiterato nel caso dell’arte digitale, in cui praticamente tutti hanno costantemente a disposizione e usano quotidianamente, con più o meno perizia, gli strumenti necessari: computer, tablet, cellulari. Con questa mostra – che ha più il dinamismo di un percorso interattivo e che quindi è limitativo definire in questo modo – Marco Donadoni non solo presenta le sue opere, ma racconta anche le varie fasi della loro creazione, un procedimento operativo che gradualmente contamina e rielabora la foto originale con altre suggestioni, trovate o appositamente progettate, per approdare a un risultato finale spesso molto lontano e sorprendentemente altro rispetto al punto di partenza.

01547A6C-E2C0-471C-979C-C6B597C3E4C6.pngDonadoni guida il visitatore dentro il processo di costruzione dell’opera, rivelandone senza reticenza i vari stadi progettuali.

Da questa prospettiva l’atto meccanico e diffuso dello scatto digitale si sottrae alla banalità della riproduzione all’infinito, all’assenza di intenzione artistica e acquista la complessità e laboriosità di un originale procedimento creativo, dove entrano, oltre alle competenze digitali, altre componenti; con la progettazione, il gesto, l’uso della materia viva – il colore, il legno, le plastiche – e la sua manipolazione, l’opera esce dalla dimensione strettamente virtuale e il bit è solo una delle tecniche possibili. L’uso così concreto dello strumento tecnologico, adoperato come materiale al pari degli altri tradizionali, sposta lo sviluppo realizzativo e l’opera stessa in un contesto di artigianato – termine che riacquista la sua accezione più antica e preziosa – dove la profondità dell’idea e la sapienza del gesto confluiscono e si danno senso reciproco nell’oggetto.

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Tanto è forte questa disposizione alla manualità e alla concretezza che nell’ultimo periodo anche le cornici sono costruite dall’artista/artigiano, superando la loro funzione di semplice confine per diventare un altro elemento costitutivo essenziale. Questo intenso lavoro di rimaneggiamento produce scatole formali capaci di accogliere i contenuti più diversi: dalle elaborazioni visuali di oggetti presentati fuori contesto e quindi dal significato imprevisto e imprevedibile ai grandi e drammatici temi del nostro tempo.

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Padre (2020)

L’ispirazione attinge al gigantesco serbatoio iconografico che è il web, una sorta di nuovo immaginario collettivo da cui emergono simboli e segni, significanti e significati qui liberi dall’usura delle interpretazioni correnti e trasformati in un rinnovato alfabeto figurativo. Nelle opere di Marco Donadoni non troviamo la rappresentazione fotografica e documentaria della realtà né una sua interpretazione, ma una vera e propria creazione di realtà, nata dalla visione dell’artista, un altro mondo, un universo parallelo in cui siamo invitati a inoltrarci e a partecipare, utilizzando le nostre coordinate, come in un grande gioco.


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Al semaforo (2019)

Perché la vera cifra, biografica e artistica, di Marco Donadoni è il gioco, dimensione fondamentale attraversando la quale si costruiscono uomini, relazioni sociali di varia complessità, identità culturali, a cui ognuno di noi, con serietà e leggerezza, è chiamato a partecipare.

Perciò questo evento non è una semplice mostra, i visitatori saranno chiamati a prendervi parte attiva, giocando a mettere insieme, in una personalissima prospettiva, i suggerimenti proposti: il racconto sulla nascita delle opere, dall’idea originaria al cammino realizzativo, ma anche gli infiniti riferimenti artistici: dada, surrealismo, metafisica, il materico informale di Burri, il realismo onirico di Hopper, l’iperrealismo, la pittura religiosa del Rinascimento, la street-art… Dunque le opere di Donadoni si possono definire veramente pop, sia nel senso storico-artistico (ricordate gli affollati collage di Richard Hamilton o quel Who’swho di icone pop che è la copertina di Sgt. Pepper, di Richard Blake?), sia in quello di grande contenitore popolare in cui tutti possono riconoscere i propri santi – laici o meno – di riferimento.

Una mostra che è un’avventura, e assume i connotati della performance, poiché i bit di cui si parla non sono soltanto visivi ma anche sonori. Il percorso espositivo infatti, sarà accompagnato dalla musica elettronica composta dal giovane Tiziano Persia, in un progetto che ha lo scopo, attraverso frequenze, oscillazioni e vibrazioni, di svuotare corpi e menti degli spettatori, che potranno poi ricongiungersi con se stessi e ricomporre secondo nuovi criteri l’ambiente in cui si è inseriti. Una musica che non è sottofondo o commento, ma parte costitutiva di un’opera globale, irripetibile, non riproducibile uguale a se stessa, assolutamente da non perdere perché chissà come sarà il prossimo allestimento, vedrete magari gli stessi oggetti, ma sarà un’esperienza totalmente nuova.

Musica di Tiziano Persia

(A cura di Donatella Donati)