
Non saprei spiegare le ragioni per cui, in tenera età, mentre tutti gli altri pezzi che passavano in radio a quei tempi ispiravano solo serenità ed ottimismo, una canzone cantata ad alta voce da Augusto Daolio dei Nomadi mi attraesse in modo magnetico, inducendomi ad una profonda commozione, e già allora a coltivare dubbi e malinconie.
Si trattava di Canzone per un’amica.
Appresi poco più tardi che quelle parole erano state scritte da un cantautore modenese, che l’aveva incisa nell’indifferenza totale del pubblico un anno prima, col titolo ben più esplicito di In morte di S.F.; e che proprio quel giovane aveva già regalato ancor prima ad alcuni suoi amici conterranei e già famosissimi altri due pezzi meravigliosi, Auschwitz e È dall’amore che nasce l’uomo.
Riconobbi così il giovanotto allampanato, coi capelli pettinati per bene, dal viso per niente rock e dalla voce semi-acuta, che avevo intravisto per qualche minuto alla RAI nel 1967 in Diamoci del tu, una simpatica trasmissione presentata da Caterina Caselli e Giorgio Gaber.
Fu così che diedi un volto, ed un nome, all’autore di quei versi così struggenti.
Proprio con Gaber, che tanto lo stimava, Guccini condivideva l’arte unica di parlare della gente normale, degli amici, dei vicini di casa, delle piccole storie (nobili ed ignobili) che popolano la vita quotidiana.
Mentre, nelle stesse stagioni, De Andrè dipingeva indimenticabili ritratti di eroi ed eroine, descrivendo il calore del loro corpo, la pietà dei guerrieri e l’umanità di piccoli criminali; mentre Battisti e Mogol condividevano emozioni d’amore e disillusioni mai espresse così bene prima, se non da Luigi Tenco che, appunto, a quelle emozioni e disillusioni dolorose non resistette a lungo; mentre nuovi originali talenti iniziavano a farsi largo fra la folla, tra testi ermetici (De Gregori) o “impegnati”, come solevamo dire allora (Lolli); mentre tutto ciò accadeva, Guccini sembrava già nel 1972 almeno 20 anni più vecchio della sua età, e narrava invece di radici profonde e lontane, di empatie e compassioni (Incontro), di incomunicabilità (Vedi cara), di drammi sociali e delle meschinità della vita borghese (Piccola storia ignobile); il tutto con una tale attenzione per la lingua italiana e per la struttura quasi teatrale dei testi da farlo apparire un gigante isolato, una spanna al di sopra di tutti i suoi colleghi, lui che invece nella vita reale si nutriva a piene mani dell’affetto degli amici, ed al massimo era capace di prendere in giro con un po’ di sarcasmo i suoi colleghi cantautori.

Fu così che anch’io iniziai a pensare che l’autore di quell’elegia straziante scritta per la morte in autostrada di una sua amica si fosse trasformato in un antisociale, in un cieco combattente contro tutti ed a qualunque costo, in un militante dalla fede incrollabile ma insofferente alle regole come i puri anarchici; che il ragazzo sensibile e di buone maniere di Diamoci del tu si fosse insomma reincarnato nel protagonista de La locomotiva.
Si trattò di un errore di valutazione gravissimo in cui moltissimi incorsero, incluso quel Riccardo Bertoncelli che ebbe a dire di lui, nel 1974, che ormai aveva esaurito la sua vena creativa.
Ciò che accadde dopo è storia nota: il LP VIA PAOLO FABBRI 43 (1976) spazzò via tutte le nostre false credenze, ci restituì intatto il poeta che avevamo scoperto qualche anno prima, l’intellettuale malinconico e profondo (Canzone di notte no. 2), ora molto più maturo anche come compositore ed arrangiatore di musiche, e sempre più capace di costruire ponti col prossimo, ed al prossimo legare il proprio destino (Il pensionato, che a riascoltarla adesso mi fa venire i brividi, e mi riporta spesso alle narici “l’odore quasi povero di roba da mangiare”).

Ecco, dopo il 1976 il mio amore per il primo Guccini mi convinse che non potevo più seguirlo nelle sue evoluzioni future.
Volevo conservarne un ricordo indelebile, ripromettendomi se mai un giorno di trovare la strada per incontrarlo e farmi spiegare tante cose, starlo ad ascoltare a lungo e raccontargli quanto era stato importante per me conoscere i suoi testi da bambino.
In seguito mi è capitato di ascoltare Amerigo, Stagioni e altri suoi lavori ancora, lodando certamente alcuni picchi di pura arte come Canzone delle domande consuete, ma la mia memoria restava sempre lì, ancorata alle radici o alle stanze di vita quotidiana.
Non mi restava che cercarlo davvero, e provare a capire con lui alcuni misteri della sua vita e dei suoi testi, che non riuscivo ancora a svelare da solo.
Ebbene, nel luglio 2001 decisi di fermarmi a Pavana mentre ero diretto con la mia compagna (innamorata persa di Francesco, ed incinta del mio primogenito) e altri due amici al Porretta Soul Festival, per la serata conclusiva illuminata da grandi star internazionali.
Era un pomeriggio nuvoloso e quasi freddo, e dopo un po’ di interviste ai pochi abitanti in giro per il paese mi fu indicata la casa del Maestro.
Bussai 2 volte senza successo e stavo per andar via, quando all’improvviso Francesco aprì la porta e mi guardò senza parlare per 4-5 secondi.
Trovai il fiato per chiamarlo per nome, e dirgli che aspettavo quel momento da 35 anni.

Questa frase fu il mio passepartout, o forse avendo visto il pancione ed il bimbo in arrivo pensò che forse non si trattasse dei soliti matti in giro per il mondo a far danni.
Ci fece entrare nella sua cucina con un tavolo semplice coperto da uno sfoderato di plastica coi quadretti rossi e bianchi (proprio quelli che nel 1976 immaginavo accogliessero i piatti frugali del suo pensionato), e non ci offrì il caffè, ma direttamente un bicchiere di Sangiovese, versandone uno generoso anche per sé.
Tra le frasi che ricordo di quei 15 minuti che seguirono ce n’è una che si attagliava benissimo all’uomo ed all’artista, e che oggi alla notizia della sua morte mi è tornata in mente come una folgore: alla mia domanda “…ma insomma, con le canzoni si fan rivoluzioni o no?” mi rispose, con un lieve sorriso, che “…per le rivoluzioni ci voglion le pallottole, ed a me le pallottole vere non son mai piaciute; gli altri pensino quel che vogliono, io sto bene cosi come sono, in questa casa, da cui non credo mi muoverò più. Anzi, già che siete qua, perché non restate a cena?”.
Mi girai verso la mia compagna, che con gli occhi mi implorava di accettare, e verso gli altri due amici, paralizzati dall’emozione; poi mi decisi a rifiutare con garbo il gentile invito, poiché mancava solo un paio d’ore all’inizio del concerto a Porretta, ma rilanciai invitandolo ad unirsi a noi.
Naturalmente senza successo.
L’ultima cosa che ricordo di quel breve incontro fu la sua stretta di mano calorosa e il ringraziamento per esserci fermati a Pavana, “un paese sottovalutato”, come amava descriverlo.
Non finirò mai di rievocare l’intensità di quei 15 minuti insieme, soprattutto ora che dopo la sua morte “la tristezza mi ha avvolto come miele”.
Un giorno spero di riuscire a spiegare meglio ai miei due figli quanto uomini come Francesco Guccini siano importanti per la nostra/loro formazione e crescita intellettuale, esempi viventi di forza e coerenza incrollabile.
Non vedo altri come lui all’orizzonte.
Mi fermo qui, per non apparire patetico.
Poi…la bottiglia è vuota.
(Stefano Marino)